Gioia Tauro (IPA: ˈdʒɔja ˈtauro, Gioja fino al 1863) è un comune italiano di 19 292 abitanti della città metropolitana di Reggio Calabria in Calabria. Corrisponde all’antica Metauros, città della Magna Grecia.
Centro agricolo, commerciale e industriale della provincia, è uno dei maggiori poli industriali della zona. Si affaccia sul Mar Tirreno (presso la foce del Petrace), dà il nome al golfo (da capo Vaticano a punta Pezzo) e alla piana omonima.
Sito istituzionale:
Storia
Gioia Tauro ha origine dalla magno-greca Metauros, sorta intorno al VII secolo sull’altopiano coincidente con l’attuale centro cittadino, la cui esistenza è stata confermata in numerose campagne di scavi. I reperti archeologici rinvenuti sono custoditi presso il Museo Archeologico Nazionale di Reggio Calabria, il Museo Metauros cittadino e presso il Metropolitan Museum di New York qui giunti, probabilmente, a causa della dispersione nel mercato antiquario americano sul finire dell’Ottocento con l’arrivo di un’ondata imponente di migranti da ogni parte della Calabria.
La città vantava una vivace produzione artigianale di ceramiche, bronzi, anfore attiche e corinzie e si distingueva anche per una fervida attività culturale: nel 630 a.C. vi nacque uno dei più grandi lirici greci, Tisia (detto Stesicoro).
Nel 445 a.C. viene invasa dai Bruzi ed essendo posta al confine tra la Repubbliche di Locri e Reggio è continuamente devastata. Intorno al III secolo a.C. si notano contatti con Roma. Nei cantieri navali di Metauros, come in quelli di Ipponio (Vibo Valentia) e Rhegium (Reggio Calabria), si approntano le navi che serviranno nelle guerre puniche ai Romani. Questi, nel 201 a.C., si insediano sul territorio e, oltre a mutare il nome in Metauria, provvedono nel 130 a.C. a fare passare da qui la via Popilia (pressoché l’attuale tracciato dell’autostrada A3) e a realizzare nuovi impianti urbani con sistema ortogonale. Con il passare dei secoli, però, la città diviene una semplice stazione navale identificata con il nome del vicino fiume Metauros (oggi Petrace) e così viene ricordata durante il regno di Tiberio (14-37 d.C.).
Nel 69 d.C. pare rianimarsi fino a quando due ondate di pestilenza, nel 166 e nel 189, non ne provocano il quasi totale spopolamento.
Età medievale
Nel 568, è preda dei Longobardi che la devastano e costringono i pochi abitanti a riparare nella Piana, ove rimangono fino al Mille. I superstiti, nell’883, subiscono anche le prime scorrerie dei pirati.
La città riappare, con la denominazione di Johe, nel 1271 in un registro di Carlo I d’Angiò. Per l’importanza strategica lungo la costa ospita, il 30 marzo 1283, il primo parlamento della storia ove il pontefice Onorio IV, con dignitari, ecclesiastici, feudatari e rappresentanti della Piana discutono e approvano dei “capitula” per fermare l’imminente invasione degli aragonesi che, attestatisi a Johe nel giugno 1284, vengono colpiti invece dalla malaria.
Nel 1305 è possedimento di Ruggiero di Lauria e segue le vicende del casale di Terranova ma, non molto tempo dopo, passa a Nicolò Joinville. La moglie di questi, Margherita di Laurìa, la dona in eredità al proprio nipote Roberto Sanseverino nel 1341 e successivamente ereditata dai figli di questi, Ruggiero e Roberto, e poi da Enrico Sanseverino, detto il Ribelle, conte di Terranova e signore di Gioja che verrà ucciso nel 1422 dal re Ladislao.
Intorno al 1425 le famiglie Borgese e Caracciolo ne sono feudatarie e sono tra i dignitari che prendono parte alla “Congiura dei baroni”. Quando, nel 1444, Antonio Centelles riconquista la Calabria per il re Alfonso I, i capitani Grimaldi e Baldassino incendiano la città.
Età moderna
Nel 1479 viene acquistata per 80.000 ducati dal barone Aniello Arcomone e ha una notevole parte nel successivo periodo delle guerre fra gli spagnoli e i francesi per il predominio sul regno di Napoli. Il 21 aprile 1503, infatti, la battaglia di Gioja (passata alla storia come la terza “battaglia di Seminara”) determinerà la vittoria di Ferdinando il Cattolico sul francese monsignor d’Aubigny.
Nel 1535, ancora un 21 aprile, si registra un’invasione di pirati che si scontrano con gli 80 soldati della locale guarnigione costiera del capitano Francesco Ruiz che erano riusciti ad avvistarli. Il viceré don Pedro de Toledo, quindi, dispone la costruzione (nel 1565) di nove torri di guardia lungo tutto il golfo dove, in ognuna di esse, vi avrebbero stazionato i Cavallari (guardie a cavallo) in comunicazione visiva tra loro. Ma, la domenica delle palme del 1568, vi è un nuovo sbarco di pirati con il rapimento di numerosi cittadini.
Il 10 marzo 1574 la città, per 280 000 ducati, diviene possedimento della famiglia Genovese Grimaldi, che la terrà in feudo fino al 1806.
La notte del 24 giugno 1625 Gioja viene assaltata dai corsari sbarcati da cinque galee. I Cavallari segnalano il pericolo, ma non vengono creduti. Nell’occasione si registrano 10 persone rapite che verranno successivamente riscattate. Un nuovo assalto di pirati si verifica il 20 giugno 1638, malgrado il vicario generale Giovan Tommaso Blanch avesse informato i sindaci delle terre di Rosarno e Gioja del pericolo imminente.
Nel 1653, in seguito alla riforma operata dal papa Innocenzo X, viene soppresso il convento basiliano.
La fine del secolo XVII e l’immediato inizio del XVIII vede realizzate le vecchie aspirazioni da Elisabetta Farnese a cui viene riconosciuto e assegnato il Regno. don Carlo, infatti, suo primogenito, nel suo viaggio per Palermo (dove verrà incoronato Re il 3 giugno 1735) viene ospitato a Gioja dal principe Gian Francesco Grimaldi.
Il 5 febbraio 1783 la città è interessata dal “Flagello della Calabria”, un terribile terremoto. Nel borgo “Piano delle Fosse” fuoriescono dal suolo enormi correnti di fango che in un attimo distruggono i granai e provocano la totale perdita del vino e dell’olio. Si registrano pure 18 morti (fra i quali 7 bambini) e i danni ammontano a 100 000 ducati.
È protagonista nell’impresa dei Sanfedisti in Calabria ove il cardinale Ruffo è presente il 21 febbraio 1799 allorquando l’uditore Angelo di Fiore chiede, da Gioja, a Francesco Prestia e Antonio Romano in Mileto di procurare alloggi necessari per 10 000 persone.
Appena tre anni dopo si registrano nuovi invasioni di algerini e tunisini ma costoro fanno naufragio e vengono catturati. Nel 1805 Napoleone, accusando i Borbone di tramare contro di lui, pone termine alla dinastia. Ma nel 1807 la propaganda borbonica è particolarmente attiva tanto che, sui muri cittadini, appaiono i manifesti per incitare la gente alla rivolta. Viene distaccato così il IV reggimento di linea al comando del generale Gallone.
Età contemporanea
Riconquistato il Regno, nel 1814, i Borbone aprono Gioja ai commerci con Napoli istituendo poi un regolare servizio marittimo nel 1844 e facilitando l’arrivo di moltissimi amalfitani che diverranno la spina dorsale del commercio cittadino. Ma anche dei Borbone la popolazione è stanca e comincia a manifestare sempre più apertamente per la causa italiana. I patrioti gioiesi Francesco Gullace e Carmelo Silipigni vengono catturati nel 1848 e condannati al confino. Il 24 agosto 1860 Garibaldi conquista la città anche se deve contrastare le ormai esauste armate borboniche. Il 17 marzo 1861 viene proclamato il regno d’Italia. Due anni più tardi, Il 26 marzo 1863 Gioja, con decreto governativo proposto dal sindaco Luigi Baldari, ebbe l’aggiunta della denominazione Tauro, in ricordo dell’antica colonia greca Metauros da cui ha tratto le origini.
Gli impianti industriali sorti subito dopo l’Unità (1864), le migliorate condizioni economiche generali, l’imminente arrivo della ferrovia (1887) portano il Comune a proporre, nel 1874, a quello di Rosarno la costruzione di un porto. Gli amministratori rosarnesi, malcelando l’invidia per il ricco commercio gioiese, rispondono negativamente ben due anni dopo. Ma ormai il dado è tratto. Viene decisa (1911-1924) anche la costruzione di due linee ferroviarie a scartamento ridotto (le odierne Ferrovie della Calabria).
Pagine gloriose le scrivono i combattenti gioiesi nella guerra italo-turca, nella prima guerra mondiale, nella guerra d’Africa, nella guerra di Spagna e nella seconda guerra mondiale. Quest’ultima guerra recherà gravi lutti alla popolazione che subisce ben tre bombardamenti (1943).
Il 20 febbraio 1943, alle ore 17:25, bombardieri alleati sorvolarono la Piana di Gioia Tauro e sganciarono ordigni su più centri abitati, probabilmente con l’obiettivo di colpire la rete ferroviaria e altri obiettivi logistici dell’Asse. L’attacco, parte di una serie di operazioni aeree nell’Italia meridionale, colpì Gioia Tauro e Cittanova, causando gravi danni alle infrastrutture civili e numerose vittime tra la popolazione. A Gioia Tauro il bombardamento interessò in particolare il rione Monacelli, con un bilancio stimato di circa 45 morti e oltre 100 feriti. Il 4 agosto dello stesso anno, a causa di un ulteriore bombardamento, gli uffici comunali furono trasferiti nella vicina Villa Cordopatri.
Ma altrettanti pagine gloriose le scrive la marineria gioiese facendo registrare negli anni cinquanta un imponente traffico marittimo che portano la città a emergere nel meridione d’Italia per il dinamismo commerciale. Fioriscono così molte industrie e opifici.
Nel 1970, alle ore 17:10 del 22 luglio, il treno direttissimo Palermo-Torino fu fatto deragliare da un ordigno esplosivo collocato nei pressi della città, subito dopo il Ponte Petrace, si è trattato di uno degli attentati di matrice neofascista correlati ai Moti di Reggio.
Nei successivi anni settanta, in seguito anche a un’imponente rivolta di popolo passata alla storia come i “moti di Reggio” viene deciso di costruire un gigantesco porto al servizio di un fantomatico V centro siderurgico (che non verrà mai costruito). Il porto, aperto al traffico dal 25 luglio 1991, è oggi utilizzato soprattutto come terminal containers.
Nel 1991, nel 2008 e nel 2017 il comune viene sciolto per ‘Ndrangheta.
Nel luglio 2024, Gioia Tauro ha ospitato nel suo porto una visita dei Ministri del Commercio del G7, durante la Riunione Ministeriale sul Commercio. In quest’occasione, è stata lanciata l’iniziativa umanitaria “Food for Gaza” e sono stati installati scanner per velocizzare i controlli sui container destinati a Gaza.
Territorio
La costa gioiese, che si estende per circa 7,76 km, è bagnata dal mar Tirreno. La costa comprende un tratto di spiaggia balneabile di circa 2,34 km, composta da sabbia fine e ghiaino, soprattutto verso la riva e con qualche emergenza di scoglio. L’arenile è bagnato da un mare con fondali non troppo profondi.
Gioia Tauro è delimitata da due fiumi, il Budello a nord, e Petrace (anticamente Métauros) a sud, e dalle rupi del Sant’Elia e del Monte Poro; quest’ultimo separa la Piana di Gioia Tauro da quella di Sant’Eufemia. Alle sue spalle la località è abbracciata dai declivi dell’Aspromonte, dove una serie di valli consente l’attraversamento del massiccio sino a raggiungere la Locride.
Il fiume Petrace discende dal fianco settentrionale dell’Aspromonte, misura 27 km con un bacino di 461,3 km². Questo fiume viene citato anche nella mitologia greca, con il mito di Oreste.
La città è attraversata dal fiume Budello, formato da tre ruscelli: Pèlissa, Lavina, Drosi (ora detto Canciano). Questi confluiscono sotto la scarpata nord-ovest di Rizziconi e danno origine al fiume Budello che scorre lungo la contrada “Valle Amena” di Gioia Tauro e sfocia accanto alla diga foranea sud del Porto della città.
Gioia Tauro è nota per la sua eccezionale fertilità, divenendo la zona più fertile della regione, ottenuta grazie alle bonifiche svoltesi nei secoli XIX e XX. In passato, questa importante risorsa fu momentaneamente trascurata per favorire un ambizioso progetto di costruzione di un grande polo siderurgico, il quale, tuttavia, non venne mai realizzato. Unico segno rimasto di tale progetto è un vasto bacino portuale, il quale, dopo anni di inattività, controversie e critiche, ha iniziato a mostrare segni di ripresa. Di questo progetto mai concluso, resta il grande bacino portuale, che dopo anni di assoluta inattività è finalmente divenuto uno dei porti commerciali più importanti del Mediterraneo.
Monumenti e luoghi d'interesse
Il Piano delle Fosse è il centro storico di Gioia Tauro. Si tratta del nucleo abitativo medievale della città.
Il borgo sorge su una collinetta a 30 metri sopra il livello del mare. Durante la dominazione spagnola, tra il XVI e il XVIII secolo, la città venne fortificata con mura di cinta rafforzate da torri d'avvistamento per difendersi dalle incursioni dei Saraceni.
Il centro storico presenta due piazze a base quadrata, da queste si snodano delle stradine irregolari. In una delle piazze è presente un portale in pietra inglobato in un edificio privato sulla cui sommità vi è incisa la scritta I.H.S (Iesus Hominum Salvator), si tratta della più antica chiesa cittadina di cui si ha notizia.
Il borgo ospita la chiesa di Sant'Antonio e alcuni palazzi, tra cui l'antico palazzo Baldari. Di notevole interesse è anche il largo affaccio intitolato al Caporale Antonio Barone da cui si ha una veduta parziale della città e del mare e in condizioni meteorologiche favorevoli si può vedere lo Stromboli e alcune Isole Eolie.
Palazzo Baldari, è un edificio settecentesco situato nel centro storico. Considerato uno dei simboli storici della città, venne utilizzato dai Borboni come gendarmeria, lungo il corso del secolo divenne anche Caserma dei Carabinieri.
Storicamente, tale costruzione fu testimone di quando, il 25 agosto 1860, il sindaco Luigi Baldari ospitò, nel palazzo, Giuseppe Garibaldi durante il suo viaggio di ritorno dalla Sicilia in seguito alla Spedizione dei Mille.
Sotto la pavimentazione del palazzo sono state ritrovate le mura medievali di epoca angioina - aragonese (dal XIII al XV secolo d.C.).
Urbanisticamente rappresenta uno dei palazzi più grandi presenti all’interno del centro storico della città. Entrato pienamente in uso dall'inizio del XXI secolo è divenuto quasi un corpo unico con la Scalinata, inaugurata nell'anno 2004, che lo collega alla piazza sottostante, rinnovando e rendendo fruibile un angolo della Città fino a quel momento dimenticato. Il Palazzo si è conquistato l’importante ruolo di salotto culturale della Città dove, tra l’altro, si sono svolte alcune tra le più importanti manifestazioni socio–culturali, mostre, Convegni, Congressi, Seminari, ecc. Nel 2022 è stato approvato il progetto per il restauro dell’intero edificio, i lavori sono terminati nel dicembre del 2023.
Nasce come una raffineria adibita alla lavorazione delle sanse, verso la fine dell'Ottocento nacque la raffineria Mazzorana, filiale con sede a Bari che produceva oli, saponi e affini.
L'opificio venne ceduto a una società Calabro- Lombarda nel 1908 e successivamente nel 1933 venne acquisito dalla nota olearia ligure Gaslini, da cui l'edificio prese i nome.
Lo stabilimento era struttura di riferimento per quasi tutti i frantoi della Piana che confluivano gli avanzi della macinazione delle olive considerato uno dei più importanti stabilimenti della Calabria. Gli avanzi della macinazione delle olive venivano lavorati ulteriormente producendo le sanse esauste impiegate come combustibile per le caldaie dello stesso stabilimento. Queste quindi venivano bruciate solo parzialmente, lasciando il cosiddetto "nozzuleddhu" che veniva usato per alimentare i "brasceri" (in passato unica fonte di riscaldamento nelle case.)
All'interno le attività di produzione rimasero attive fino alla seconda guerra mondiale e chiuse definitivamente alla fine degli anni '60. La raccolta e la lavorazione delle olive ha sempre fatto parte della tradizione gioiese: la raccolta avveniva a terra, mescolando olive “buone” e “cattive” per l’estrazione dell’olio.
Dell’antica raffineria rimane visibile e quasi intatto il suo prospetto centrale e una delle due torri originali, nonostante l’incuria e l’abbandono.
Anticamente la chiesa di S. Antonio era dedicata a Sant'Ippolito Martire. Il primo documento che menziona la parrocchia di Sant'Ippolito di Gioia Tauro risale al 1507 ed è una bolla di Papa Giulio II. Nel 1783 un terremoto rase al suolo quasi tutti i paesi della Piana e a Gioia si riuscì a ristrutturare l'unica chiesa all'epoca presente. Al suo interno vi era un unico altare e la struttura esterna presentava una torre campanaria provvista di orologio. Seppur in precarie condizioni la chiesa riuscì a mantenere le sue funzioni fino al 1928, quando un violento terremoto causò gravi danni alla struttura. In quello stesso anno fu offerto dal marchese Augusto Ruggero Serra di Cardinale un pezzo di terreno nel nuovo rione Gagliano dove venne costruita, su progetto dell'architetto Faustino Roncoroni, quella che è diventata la chiesa di Sant'Ippolito Martire, aperta al culto nel 1933. Nell'aprile 1930, dove vi erano le macerie della vecchia chiesa fu costruita una nuova struttura dedicata alla figura di Sant'Antonio da Padova.
Il Duomo di Gioia Tauro, i cui lavori di costruzione iniziarono nel 1930, fu consacrato e aperto al culto tre anni dopo. La facciata ha tre portali d'accesso, e al centro è presente il rosone, contenente il volto di Cristo e i quattro simboli degli apostoli evangelisti. L'interno si presenta con una navata centrale grande e due laterali più piccole, e sono presenti anche tre absidi. Nella navata centrale, che ha un soffitto a capriate, si trovano due statue di Sant'Ippolito Martire in legno, una risalente al XVI secolo e l’altra realizzata nel 2021 ad Ortisei. All'interno della chiesa si conservano un crocifisso ligneo, un quadro raffigurante la Vergine del Rosario, la statua di Sant'Andrea e tele della Madonna del Carmine e del martirio di Sant'Ippolito, quest'ultima opera di un anonimo pittore del XIX secolo. Presenti inoltre le dodici vetrate policrome realizzate da Giuseppe Niglia. Il Duomo possedeva sin dal 1937 un piccolo organo dotato di 700 canne, al quale nel 2004 vennero aggiunti un gruppo di canne e una nuova consolle a due tastiere. Lungo le navate laterali del Duomo vi sono vetrate policrome realizzate dall'artista Giuseppe Niglia negli anni 1980.
La Parrocchia è dedicata a san Francesco da Paola, grande santo calabrese ed è stata eretta nel 1969 mentre la costruzione della chiesa è avvenuta negli ultimi anni 80 del XX secolo, la chiesa è stata consacrata il 7 dicembre 1989
La struttura è formata da un'unica navata a emiciclo. La copertura a vela ha una struttura in cemento armato a grande campata. Il portone d'ingresso è in bronzo con bassorilievi che riproducono momenti della vita di San Francesco, la Crocifissione, la Risurrezione di Cristo e alcuni momenti significativi per il quartiere in cui sorge la chiesa. Da segnalare le vetrate artistiche. All'interno è custodita una Via Crucis a bassorilievo.
Di notevole interesse è l'attività dell'oratorio salesiano, aperto nel 2016, nonostante la partenza dei frati salesiani il centro giovanile è rimasto aperto e offre opportunità di svago e divertimento ai giovani Gioiesi
La chiesa fu costruita all'inizio del '900 nel quartiere marina. Con dedicazione a Maria SS. di Portosalvo la chiesa anticamente si presentava con una navata costruita per metà in muratura con soffitto di legno a forma di volta e con tegole nostrali, e metà costituita per circa due metri in muratura e sollevata in legno con tetto di lamiera. All'interno vi erano tre altari: quello maggiore in muratura con tre gradini a predella in marmo, uno in muratura e uno in legno.
L'abside era divisa dalla chiesa da una balaustra in ghisa, non vi era il campanile ma erano due ferri su cui erano appese due piccole campane.
La statua della Madonna di Portosalvo fu commissionata all'artista Giuseppe Malecore di Lecce dalla famiglia Gambardella. Lo stesso artista anni dopo portò a termine la statua della Madonna Immacolata che si trova nell'omonima chiesa di Gioia. In passato la chiesa faceva parte dell'unica parrocchia di S.Ippolito Martire. Uno dei primi coauditori della chiesa Maria di Portosalvo fu don Giuseppe Vicari che restò a Gioia fino al 1908.
Con bolla del 14 aprile 1948 fu istituita dal vescovo mons. Enrico Nicodemo una nuova parrocchia sotto il titolo di Santa Maria di Porto Salvo e fu nominato parroco il coadiutore sacerdote Giuseppe Minà.
Nel 1995 fu demolita la vecchia chiesa parrocchiale e iniziarono i lavori per una nuova costruzione diretti dall'ing. Paolo Martino.
Consacrata il 18 novembre 2001 e dedicata sempre alla Madonna di Porto Salvo, la chiesa si presenta con un'unica navata di costruzione moderna. La statua della Madonna a differenza della vecchia chiesa in cui aveva una posizione più centrale ora è collocata a sinistra dell’ingresso della sagrestia, in una nicchia ricavata appositamente e ricoperta come tutto l’abside da mosaici realizzati tra il 2010 e il 2024, all’ingresso entrando da destra su una finestra sono stati apposti gli stemmi realizzati in mosaico di Benedetto XVI e di Francesco in ricordo dell’anno della fede del 2013
All'interno della chiesa si trovano diverse statue: quella della Madonna di Porto Salvo, San Pio da Pietrelcina, Madre Teresa di Calcutta, San Giuseppe lavoratore, un caso a parte sono le statue conservate nei depositi parrocchiali e sono: Sant’Antonio da Padova, la Madonna del Soccorso, la Madonna addolorata, il cristo morto, il Cristo risorto e l’ascensione di Gesù (riadattata in forma di Sacro cuore di Gesù)
L'8 settembre avvengono i festeggiamenti in onore della Madonna di Porto Salvo. Vi è un comitato chiamato "Portatori della vara di Maria Santissima di Porto Salvo" di cui fanno parte molti giovani della città (in maggioranza anche del quartiere Marina) che durante le festività vestono la casacca da marinaio. Da più di trent'anni i festeggiamenti vedono una intensa partecipazione popolare. Nei primi anni del XXI secolo la data della manifestazione religiosa è passata dal 12 settembre all’8
La funzione si svolge secondo un rito antico: viene portata in spalla da dei giovani (chiamati marinai) per tutto il quartiere della marina, la processione giunge poi in spiaggia dove la statua viene posizionata su un grosso barcone e portata in mare per la benedizione. Oggi ad accompagnare la statua vi sono dei natanti della Guardia Costiera e dei Vigili del fuoco. La processione si conclude poi con la grande corsa della statua verso la chiesa. Tale corsa, chiamata "fuitina", avviene tra due ali di folla che osannano e salutano la Madre sventolando un fazzoletto bianco.
La chiesa dell’Immacolata fu edificata nel 1904 per servire il quartiere di Santa Maria, sorto dopo l’apertura della stazione ferroviaria. La prima messa venne celebrata il 20 agosto dello stesso anno. L’edificio, a navata unica con presbiterio rettangolare, conserva la struttura originaria nonostante vari restauri. La facciata è semplice, con portale centrale e lunetta raffigurante l’Immacolata tra angeli; all’interno prevalgono decorazioni in stucco, alcune dorate. Sul lato destro si erge un piccolo campanile con cuspide. La chiesa è l’unica della città ad essere sopravvissuta ai terremoti del 1905, 1908 e 1928.
La parrocchia di San Gaetano Catanoso fu istituita nel 2005 da mons. Bux, in seguito alla canonizzazione del sacerdote calabrese avvenuta nello stesso anno. Inizialmente la comunità trovò sede in una struttura geodetica lungo la Strada Statale 111, costruita su un terreno confiscato alla criminalità organizzata. Tra il 2010 e il 2017 fu edificata la nuova chiesa, progettata dall’architetto Paolo Zermani e finanziata anche con fondi dell’8 per mille. L’edificio in cemento armato, in stile contemporaneo, presenta un ampio portico d’ingresso e un’unica navata, con luce naturale che illumina l’altare. Può accogliere fino a 468 fedeli ed è uno degli edifici religiosi più ampi della Piana di Gioia Tauro.
La chiesa della Sacra Famiglia si trova nel quartiere Mazzagatti (noto anche come Villaggio Eranova) ed è stata costruita nel 1982. L’edificio riprende le linee architettoniche della chiesa di San Giuseppe di San Ferdinando, con cui è considerata “gemella”, in quanto entrambe ispirate alla chiesa un tempo situata ad Eranova, poi demolita. Presenta una pianta irregolare, facciata inclinata e vetrate artistiche che illuminano l’interno. Non possiede un campanile tradizionale: la campana è collocata in un’apertura del muro posteriore.
Il Museo Metauros è ospitato presso il settecentesco Palazzo Baldari, la struttura è situata presso il centro storico il cosiddetto “Piano delle Fosse”. Il museo propone al pubblico la storia di Metauros, dalle origini greche, passando per l'epoca romana, sino alla fase medievale. Il complesso museale fu aperto al pubblico il 25 maggio 2012.
Museo Pelmar
Museo privato della collezione Alagna