Comune di Agnana Calabra

Agnana Calabra è un comune italiano di 488 abitanti della Città Metropolitana di Reggio Calabria.

Il territorio confina con i comuni di Canolo, Gerace, Mammola, Siderno e si estende sul versante Nord-orientale dell’Aspromonte, sulla riva sinistra della fiumara Novito, lungo la base dello spuntone del Monte Guardia. L’abitato si allunga irregolarmente sulle pendici di una collina che si affaccia sul torrente Novito ed è posto a 280 m. sul livello del mare.

Il borgo fa parte del progetto Pisl Slow Life, che mira alla promozione e allo sviluppo dello Slow Life nel territorio della Locride.

Agnana è un luogo senza tempo, dove vivere rallentando i ritmi quotidiani senza farsi prendere dall’ansia e dallo stress, ritrovare esempi di semplicità e lasciarsi ispirare da colori, profumi, sapori, tradizione e folklore. Un meraviglioso angolo di Calabria, nel Parco Nazionale dell’Aspromonte, dove immergersi in esperienze autentiche e memorabili, al di fuori degli schemi e della vita frenetica di tutti i giorni, che racchiude al suo interno più viaggi emozionali tra natura, arte, storia, cultura, artigianato, prodotti tipici e risorse termali.

Informazioni:

Sito istituzionale:

www.comune.agnana.rc.it

La Storia

Agnana fu edificata attorno al 1343 nei pressi di un convento di monaci basiliani collocato in cima al monte Sant’Agnana (da cui le deriva il nome), ad opera del Barone di Mammola, il quale, per accrescere il feudo fece insediare gli addetti alla custodia dei numerosi armenti della zona ed alcune famiglie contadine per la coltura delle terre.

Nel febbraio del 1550 Giovanbattista Carafa, marchese di Castelvetere (oggi Caulonia) cedette per 7.000 ducati i casali di Agnana e Mammola a Giovanni Gagliego, e dopo appena un secolo la stessa Agnana divenne casale di Mammola. Nel 1667, Diego Joppolo ne faceva vendita a Maria Ruffo la quale comprava il casale a nome del figlio Giovanni Spina da Melicuccà. Successivamente passò ai Barreta Gonzaga che lo vendettero nel 1748 ai De Gregorio il cui dominio restò fino al 1806, anno dell’eversione della feudalità.

Il terribile terremoto del febbraio del 1783, che procurò la morte a 10 persone e produsse danni valutati intorno ai 30.000 ducati, diroccò anche la chiesa del patrono San Basilio.

Questa, ricostruita, fu quasi di nuovo distrutta da un uragano il 23 gennaio del 1885. Ma già in precedenza un altro uragano aveva causato ingenti danni alle abitazioni e agli edifici sacri. Il 19 maggio del 1846 Ferdinando II di Borbone, accompagnato dalla moglie Maria Teresa d’Austria e dall’erede al trono principe Francesco, si recò a visitare i giacimenti minerari di lignite e antracite che costituivano fondate speranze di occupazione e sviluppo per le popolazioni del circondario, abbondantemente sfruttate prima dai Borboni (sino al 1850) dopo dalla popolazione locale (sino alla seconda guerra mondiale).

L’antracite, qui estratta, venne utilizzata per la costruzione della linea ferrata italiana (Roma-Frascati) nel 1882. Il primo treno a carbone, partiva fra le grida di gioia “Viva l’Italia, Viva la Calabria”.

Intorno al 1855, nel pieno dell’attività estrattiva, nelle ligniti vennero trovati resti fossili di Antracoterio, un grosso mammifero oggi estinto, vissuto circa 30 milioni di anni fa. I fossili sono custoditi preso il Museo di Paleontologia dell’Università di Napoli Federico II. Il nome antracoterio significa “mammifero del carbone” ed è stato attribuito proprio a causa della frequenza di fossili di questo mammifero nei depositi di lignite di Asia e Europa risalenti a 30-20 milioni di anni fa.

Comunque la sua vera ricchezza è costituita da alcune sorgenti d’acqua minerale, di cui una sulfurea, due clorurate, una ferruginoso-sulfurea, situate in località Junchi. Purtroppo, nonostante siano pregiate (sono state infatti classificate, dopo accurate analisi, “Termominerali”, cioè adatte alla cura di varie malattie), sono scarsamente conosciute. Esistono tuttora, nei pressi, i ruderi di alcune vasche, che in passato venivano utilizzate per le cure terapeutiche.

Inoltre il paese venne interamente e duramente colpito dal terremoto del 1905. L’ordinamento francese del 1811 e Ferdinando II di Borbone (con sua legge 1.5.1816) classificarono Agnana (594 ab.), villaggio di Canolo. Venne elevato a comune nel 1841, passando così dal circondario di Gerace a quello di Siderno, allora costituito. Assunse l’attuale denominazione nel 1881. Nel 1933 veniva disposto il consolidamento dell’abitato a totale carico dello Stato. Agnana diede i natali a Rocco Nicola Sità (1.12.1908), definito anarchico e “propugnatore di idee non tollerabili dal regime fascista”. Nel 1946 fu eletto sindaco l’avv. Domenico Mammoliti.

Arte e cultura

Monumenti e luoghi d'interesse

Tradizioni

Ad Agnana Calabra, ricorre ogni anno la festa in onore di San Basilio Magno patrono della cittadina. La manifestazione, si svolge il 14 giugno, e vede una grande affluenza di visitatori provenienti anche dai paesi limitrofi.

Un’altra manifestazione è intitolata alla Madonna della Misericordia; la festa si svolge il giorno 18 agosto, con processione, fuochi d’artificio e ballo del “Cavalluccio”. Durante le due manifestazioni la cittadina viene abbellita con una meravigliosa illuminazione lungo le vie principali e da numerose bancarelle, provenienti da varie località dove si possono acquistare dolci locali, ecc.

Agnana Calabra: La curiosa storia “Dell’asino premiato”

Dopo essere stata messa in ginocchio dalle terribili calamità naturali che avevano duramente colpito le genti e il paese, Agnana era riuscita a risollevare le proprie sorti, diventando una terra florida, nella quale si riponevano grandi speranze di sviluppo economico nell’intero regno. Il merito era dei suoi abitanti che, pur nella disperazione più nera, non si erano arresi di fronte alla furia spaventosa del terremoto del 1783, nè dinanzi all’ultima piaga: il violento uragano di quel funesto marzo 1813.
Seppelliti i morti ed il dolore, si erano rimboccati coraggiosamente le maniche e avevano ricostruito l’intero paese. Ma Agnana poteva andar fiera anche di un’altra fortuna.

Oltre alla forza d’animo dei suoi cittadini, il paese contava, infatti, sulle quattro miniere di carbon fossile, così pregiato, da costituire, ormai da tempo, la principale fonte di ricchezza ed occupazione per tutta la popolazione del circondario.

Tutti i giorni, le maestranze, Agnanesi e non, si cimentavano con la dura vita della miniera.

Scendevano fin nel ventre della terra ed estraevano dalla roccia grandi quantità di lignite ed antracite che portavano a cielo aperto con gran fatica, quasi sempre a spalla.
Caricavano il minerale sui carri trainati dai muli e lo trasportavano a Reggio, dove lo avrebbero venduto ai proprietari dei treni a vapore. I quattro giacimenti minerari di eccellente qualità avevano reso celebre il paese all’interno del Regno delle Due Sicilie, tanto da meritare l’onore della visita del re Ferdinando II di Borbone.
Si può ben immaginare la felicità degli Agnanesi che, appresa la notizia, cominciarono ad allestire ferventi preparativi per celebrare quel momento altamente significativo.
Così, accolto dalla cittadinanza in tripudio, il sovrano accompagnato dalla seconda moglie, Maria Teresa d’Austria, e dal futuro erede al trono, il principe Francesco II, sbarcò a Siderno Marina.
Era il 19 maggio 1846.
Tra le acclamazioni del popolo riconoscente, verso il quale aveva sempre dimostrato, fin dalla sua ascesa al trono nel 1830, indulgenza e bontà, ponendosi addirittura contro le classi borghesi che con disprezzo chiamava “pennaruli e pagliette”, Re Ferdinando, espresse il desiderio di dirigersi subito ad Agnana per visitare le tanto decantate miniere.
In un batter di ciglia, il sovrano e la moglie furono aiutati a montare su due prestanti asini e il corteo reale, con la cittadinanza a seguito, si incamminò verso le ripide montagne.
Entrando ad Agnana, il Re, estasiato dal paesaggio incantevole, ordinò alla carovana di fermarsi.
Il suo sguardo si allungò fin sulla vetta del Guardia, incorniciato dai colori unici del mezzodì, seguendo poi il corso del Novito, che si snodava sul fianco di Agnana scivolando nelle curve dei piccoli canyon.
Respirò a pieni polmoni quell’aria salubre e pago della vista, dette l’ordine di ripartire.
La carovana si apprestava a riprendere il tragitto, quando l’anziano proprietario del ciuco che conduceva il Re si prostrò innanzi a suoi piedi e disse: ”Sire, vi giuro che nessuno cavalcherà mai più questo asino dal momento che ha avuto l’onore di trasportare la vostra Maestà”.
“Le vostre parole mi lusingano buon uomo. Pur, tuttavia, a meno che non ne abbiate un altro, questo serve a voi per spostarvi in paese” rispose il Re, facendogli cenno d’alzarsi. “No, Sire, non ne ho altri e non ho neanche la maniera di procurarmeli, ma non abbiate a preoccuparvi della mia sorte, troverò il mezzo per spostare le mie stanche membra” disse il vecchio.
Il Re, per tutta risposta, prese una borsa piena di monete d’oro e la porse al contadino, disponendo al funzionario che lo seguiva da tergo, l’ordine di assegnargli anche un cospicuo vitalizio. Il vecchio rimase a tal punto sbalordito che, non trovando neanche più verbo da proferire, gli prese entrambe le regali mani e le baciò.
All’asino, se possibile, andò ancora meglio. Da quel giorno, visse una vita privilegiata rispetto a quelli del suo lignaggio, ricevendo un pezzo di terreno e una stalla nuova di zecca dove poter scalciare in libertà. E non fu mai più montato da nessuno.

(Tratto da “Febea” di Marina Crisafi).